LAVORO EDILE, NO AD UNA RIPRESA QUALSIASI

LAVORO EDILE, NO AD UNA RIPRESA QUALSIASI

Anche se resta poco comprensibile la distanza che passa fra i problemi reali del Paese e la politica che continua a dare il meglio di sé, tranne eccezioni, nel creare occasioni di scontro – come nel caso della giustizia e della legge Zan – invece che occuparsi a pieno tempo di trovare le strategie giuste e condivise dal mondo del lavoro per rafforzare la crescita, dobbiamo convenire che grazie anche al sindacato i segnali di ripresa produttiva continuano a manifestarsi. Questo avviene anche nella nostra regione, ma è un percorso faticoso e ancora non in grado di superare le situazioni di crisi esistenti.

Con la regione Lazio a differenza di Roma il dialogo esiste, ma non dobbiamo alimentare false speranze. I soldi europei sono ancora…in viaggio e le promesse, per ora almeno, da sole non creano lavoro.

Dai centri istituzionali sentiamo assicurazioni su quello che sarà il futuro di alcune grandi opere, il Ministro Giovannini garantisce che già sono in pista alcuni miliardi “anticipati” rispetto ai fondi messi a disposizione da Bruxelles. Ma il tempo delle attese deve finire al più presto.

Certo i segnali di ripartenza sono confortati anche da cifre, in particolare quella che testimonia la vitalità dell’export del Lazio con aumenti a due cifre rispetto al recente passato. Ma il grosso della disoccupazione e della cassa integrazione è ancora impigliato nella rete della produzione per il mercato interno ed è qui che i nodi da sciogliere sono i più intricati.

La… tecnocrazia all’italiana si dà da fare, eppure si avverte il vuoto, specie nelle nostre realtà, di una politica riformista che propone strategie realistiche per puntare agli obiettivi che sono decisivi, il lavoro innanzitutto.

E questa constatazione purtroppo si appoggia a quel che rischia di avvenire, o sta già avvenendo. I cantieri anche quando riaprono si trovano ad affrontare situazioni paradossali: vanno ricollocate alcune migliaia di lavoratori ma mancano figure professionali d’ogni tipo. E’ la conseguenza di anni nei quali, soprattutto dopo la crisi del 2010, non si è compreso che di fronte all’evoluzione tecnologica e produttiva occorreva più formazione, una decisa azione di contrasto contro ogni forma di lavoro irregolare, una capacità di prevedere quali lavoratori si sarebbero affacciati nel nostro settore: la presenza sempre più evidente di dipendenti nigeriani e dell’Africa del nord lo sottolinea, ma pone anche problemi di rispondere in modo doveroso con una ampia azione di formazione e con scelte non ambigue verso una reale integrazione sociale.  

Ci sono anni di sottovalutazioni delle politiche attive del lavoro e dell’utilizzo dei lavoratori che pesano su questa fase tuttora incerta della nostra economia e che pongono problemi molto seri che sarebbe irresponsabile ignorare.

Così avviene che la manodopera si trova a fatica, anche perché nel frattempo ci sono coloro che per necessità di vita hanno cercato altre collocazioni. Ma, in contrapposizione ad essi, ecco emergere anche altri che sono disponibili a lavorare nel settore e si accontentano di qualsiasi proposta venga loro fatta. Questa seconda opzione contiene pericoli che vanno assolutamente evitati: perché può risorgere in larga scala il fenomeno del caporalato, possono essere messe in discussione le condizioni di sicurezza sul lavoro e i trattamenti contrattuali.

Noi non possiamo accettare che si faccia strada nel Paese e nella nostra regione una ripresa economica e produttiva a qualsiasi prezzo. Non a prezzo di minori diritti e di peggiori condizioni di lavoro. Questa per noi non è ripresa, è sfruttamento. E siamo decisi a contrastare con molta decisione ogni fenomeno di questo tipo. Ma a questo punto va detto con chiarezza che serva un salto di qualità anche nell’azione delle forze politiche che più si sentono vicine al mondo del lavoro. Una sensibilità delle forze che si dichiarano riformiste in questa direzione, dopo anni nei quali si è per giunta civettato con i neoliberismi più sciagurati, oggi diventa un dovere morale e politico. Bene allora il ritorno alla crescita, ma con scelte coerenti e chiare nei confronti della dignità del lavoro.                

Giovanni (Agostino) Calcagno

Segretario generale Feneal Uil Roma e Lazio